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Cinema news - Obiettivo su:

FLAGS OF OUR FATHERS


Difficile ripetersi, dopo due capolavori come Million Dollar Baby e Mistic River, anche per uno come Clint Eastwood. E Clint, per evitare questo rischio, sceglie fin da subito un’altra strada: le due opere precedenti raccontavano storie di periferia, private e isolate nel loro successo o nella loro degradazione: l’eroe alla fine moriva, o uccideva, si parlava di giustizia e di destino, e in gioco c’erano quelle fluttuazioni tra amicizia e amore che ti portano alle stelle, o ti annegano se sei destinato a soccombere. Veniva rappresentata una contemporaneità senza tempo, e senza storia: la palestra o il bar erano isole sperdute in un mondo dove la civiltà ufficiale dell’occidente veniva lasciata alle porte.

Invece, nel film di oggi, il centro è proprio questa civiltà, edificata da un’attenta e competitiva organizzazione di massa, fatta dei suoi miti e dei suoi eroi, e della precisa politica e propaganda che li ha sempre sostenuti. Siamo dalle parti del western della decadenza di Ford, di L’uomo che uccise Liberty Valance, dei finti eroi necessari per far sopravvivere l’America, e di I migliori anni della nostra vita di Wyler, il primo film a parlare della seconda guerra mondiale in maniera demitizzata, ossia dal punto di vista delle difficoltà di reinserimento dei reduci.

La classicità e la critica alla mitologia americana di Clint attingono proprio da questi esempi, che mostrano una verità amara ma necessaria per la vittoria o il successo. Ovvero non viene negata l’esigenza degli eroi, ma questi eroi vengono ridotti a uomini senza braccia, a vigliacchi, a esseri comuni. La guerra però si salva: non è ancora una macchina aliena al servizio del potere, dove i soldati sono fatti e fuori di testa, come suggerisce il filone bellico sviluppatosi negli anni ottanta sulla scia di Apocalypse Now.

Clint esalta l’azione e la necessità del sacrificio collettivo, e contemporaneamente mette in  scena la carneficina: tutto il lungo sbarco iniziale viene da confrontarlo con l’analogo del film di Spielberg (qui in veste di produttore) Salvate il soldato Ryan,  ma in Eastwood non ci sono solo l’action, o le pance sbudellate, c’è il  respiro corale della morte e della vita che fa da contrappunto alle scene di pace, nella pacifica e silenziosa provincia americana che conosce le guerre solo dai giornali e dai figli morti (un’esperienza completamente diversa da quelle europea dove chiunque rischiava la vita e vedeva macerie e incursioni aeree), dove le collette per pagare lo sforzo bellico sono dello stesso ordine, e hanno la stessa messinscena, di quelle di una qualunque campagna elettorale.

Ecco, il film è un grande affresco della società americana, in guerra o in pace, tanto nulla cambia, in guerra per poter pagarsi la pace, o viceversa.
Era dai tempi di Gunny, ossia vent’anni, che Eastwood non faceva un film sui marines, ma in quel caso c’era ancora il mito del vecchio sergente macho pronto a correre in aiuto alla patria, e a svezzare un branco di reclute dedite a farsi canne e a suonare la chitarra. Clint credeva ancora negli eroi, e nell’esaltazione della forza del singolo. Ora invece non c’è più nessuno sopra tutti gli altri, solo qualcuno che si trova per caso in un certo posto, e la cui fortuna è stata solo quella di aver schivato meglio bombe e proiettili.  

Ottima la fotografia, con i colori lividi e quasi fasulli che simulano i film degli anni quaranta, colorati artificialmente.





Paolo Marocco


 

 

 

 

 
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