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WARHOL - Pentiti e non peccare più |
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29 settembre - 7 gennaio 2007
Chiostro del Bramante
Via della Pace
Tel. 06. 68809036
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Si tratta
di una grande mostra tematica dedicata ad Andy Warhol, con la quale si celebra
i dieci anni di vita del Chiostro del Bramante quale spazio espositivo aperto
al contemporaneo, che iniziò la propria attività proprio con una mostra su Andy
Warhol, Viaggio in Italia.
La mostra, curata da Gianni Mercurio, è realizzata in collaborazione con The
Warhol Museum di Pittsburgh.
La
mostra, composta da circa 80 opere su tela, per lo più di grande formato,
fotografie e video provenienti dagli archivi del Warhol Museum, approfondisce
un aspetto poco conosciuto dell’arte di Warhol: il suo legame con la
spiritualità e la religione. Ridefinisce così la complessità umana
dell’artista, il quale affronta con il suo lavoro il difficile rapporto che
lega vita e morte.
L’opera
di Andy Warhol che da il titolo alla mostra, Repent and Sin No More! fu
realizzata nel 1986 nella serie Late Advertising.
Due anni prima della sua morte, avvenuta nel febbraio del 1987,
Warhol inizia al lavorare a quello che è forse la
più complessa opera della sua vita, The Last Supper; non si tratta tanto di una
semplice rivisitazione in chiave pop, o di un confronto in chiave postmoderna
del capolavoro di Leonardo, quanto piuttosto del risultato finale di un
percorso intimo che ha le sue radici in un legame lontano con un senso di
spiritualità e religione che l’artista ebbe a partire dalla sua formazione
negli anni dell’infanzia e della prima giovinezza.
Negli
sterminati archivi del Warhol Museum è conservato un libro di preghiere, regalo
di sua madre, che raffigura nella prima pagina una minuscola riproduzione
dell’Ultima Cena di Leonardo.
Nessuna opera è stata studiata e riprodotta da Warhol in centinaia di varianti,
tuttora senza numero, quanto The Last Supper, che ne fanno l’artista americano
in assoluto che ha trattato maggiormente il tema della religione; riprendendo
innumerevoli volte lo stesso soggetto replicandolo nei dettagli e nell’insieme,
Warhol non può non essere in uno stato d’animo particolare nei confronti del
soggetto: alla fine della sua vita, consapevolmente, l’artista realizza in
quest’opera la sua passione religiosa, il suo tributo alla salvezza della propria
anima.
L’origine rutena della famiglia Warhola, costretta ad emigrare dalla
Slovacchia, ha non poca influenza sulla formazione religiosa che la madre, in
particolare, gli impartì. La religione di appartenenza di Warhol era la
religione uniate, cattolica, poiché come si evince dal nome si è riunita con la
chiesa d’occidente, ma che ha conservato numerosi riti e una particolare
devozione nei confronti dei santi ortodossi.
Si scopre
allora un Warhol praticante, che si recava a messa spesso, non solo la
domenica, e che ben conosceva l’infinita varietà di immagini bizantine e gli
arredi delle chiese, con una madre che una volta trasferitasi ad abitare da lui
a New York aveva creato in casa addirittura un piccolo altare.
A fronte di tali premesse dunque, è possibile leggere il lavoro di Andy Warhol
come il risultato di un’esistenza intrisa di valori tradizionali legati al
culto religioso che interferiscono però pesantemente con il suo essere nella
modernità. Non a caso il crocefisso e la radio, presenti in un dipinto che
raffigura la sala da pranzo della sua famiglia, eseguito quando frequentava il
Carnegie Institute of Technology Pittsburgh, rappresentano nella loro
compresenza due elementi fondamentali della sua esistenza.
La mostra
presenta la serie di dipinti con le figure “iconiche” dei suoi primi quadri che
lo hanno reso celebre, Marilyn, Marlon Brando, Jackie Kennedy rapprersentata
nel giorno dei funerali del presidente assassinato, Liz Taylor (che si diceva
all’epoca avesse un tumore senza speranza); in alcune opere i ritratti di
Marilyn and Jackie appaiono su uno sfondo d’oro (Golden Marilyn e Golden
Jackie), perché il fondo oro nelle icone bizantinze è simbolo di eternità.
E ancora,
la serie dei Disaster del 1963 con le immagini degli incidenti automobilistici
e delle vittime tratte dalle pagine dei giornali e “resuscitati” sulle tele nel
loro orrore, solo apparentemente tacitato una volta che non è più in prima
pagina. Così anche in Tunafish disaster, con allusione al caso delle donne avvelenate
da scatolette, Big Electic Chair, strumento moderno di supplizio analogo alla
croce, o il lavoro Suicide.
Oltre che
nei disastri il senso della morte come destino ineluttabile si fa esplicito
nella scelta di uno dei simboli classici della Vanitas, il teschio (Skull), in
una serie del 1978. La morte
Warhol l’aveva incontrata da bambino, quando aveva perso il padre, ed il
fratello ricorda che “era disperato e non riusciva a guardare la salma”, ma il
suo personale memento mori si era incarnato nella persona di Valerie Solanas,
la donna che tentando di ucciderlo lo ferì gravemente con un colpo di pistola;
eventi questi, che certamente hanno segnato un rapporto già compromesso con la
vita e con gli altri e che contribuivano ad accentuare in lui il desiderio di
distacco dalle persone.
La prima
serie di lavori dichiaratamente “religiosi” su grande formato furono le opere
Crosses (Croci), presentati per la prima volta insieme ai Guns e Knives nel
1982 e nello stesso anno Warhol realizza la serie Eggs (Uova), alludendo
all’emblema dell’immortalità e della resurrezione.
Nei suoi
innumerevoli ritratti di gente ricca o famosa e di belle donne, realizzati a
partire dalla metà degli anni ‘70 (in mostra ne vengono presentati 25, tra i
quali Truman Capote, Miguel Bose, Jane Fonda, Aretha Franklin, Judy Garland,
Liza Minnelli, Keith Haring, Dennis Hopper, Grace Jones, Roy Lichtenstein, Neil
Sedaka, Carly Simon, Lana Turner ), immagini che, per impedire la corruzione
del tempo, truccava ed imbellettava i soggetti trattandoli esattamente come
fiori che non devono appassire mai.
Anche la
scelta di Warhol di riproporre una sua interpretazione di alcuni capolavori
dell’arte classica, tra cui la Madonna Sistina e l’Annunciazione di Raffaello,
la Primavera del Botticelli o San Giorgio e il Drago di Paolo Uccello, rivela
una particolare attenzione ai temi religiosi, ma soprattutto a quanto c’è di “immortale”
nelle opere d’arte dei grandi maestri.
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