Il tema della superstizione è tutt’oggi attuale, a Napoli come nel resto d’Italia. Oroscopi, manie e suggestioni accompagnano e condizionano la vita di tutti. Anche quella del commendator Gervasio Savastano, ricco industriale napoletano, prigioniero del demone della superstizione, che regola la sua giornata a seconda degli incontri o degli avvenimenti, fausti o infausti, che gli si presentano. Se la mattina don Gervasio non si alza con il piede giusto o qualcosa non gli va a genio, per scaramanzia resta accoccolato tra lenzuola e coperte. Se, a suo dire, uno dei dipendenti è di malaugurio lo allontana; se pensa che un altro, viceversa, porti fortuna, lo promuove a suo collaboratore. Il tutto, naturalmente, è solo frutto di ossessive suggestioni. Fino al giorno in cui entra in azienda un giovane simpatico e preparato, ma gobbo. Ai suoi occhi, il massimo della fortuna, soprattutto quando il ragazzo comincia ad interessarsi alla figlia Rosina. E invece, proprio da quel momento, avranno inizio una serie di comiche disavventure con finale a sorpresa.
Nel 2003 è stato celebrato il centenario della nascita di Peppino De Filippo. Con la riproposta di Non è vero ma ci credo, Luigi, oggi considerato uno dei massimi esponenti del teatro napoletano di tradizione, rende omaggio a quel grande artista che è stato suo padre, rappresentandone una delle commedie più conosciute e divertenti. In scena per la prima volta nel 1941, fu uno dei più grandi successi dei fratelli De Filippo (Eduardo, Peppino e Titina), che lo interpretavano insieme. Ancora oggi è accolta dal pubblico con grande favore per l’attualissima vena di comicità amara e di riflessione: un teatro di qualità, capace di trasmettere agli spettatori emozioni autentiche e dirette. |
Lo spettacolo è un monologo sul mondo khassidico, ovvero quella corrente di ebrei ortodossi di ispirazione mistica, che hanno introdotto nel pensiero e nella prassi ebraica una sorta di profondità/levità nuova, vagamente astratta e a volte apparentemente non-sense, pur mantenendosi nel solco di una saggezza profondissima assolutamente fondamentale per capire lo spirito più acuto dell’umorismo ebraico. Moni Ovadia traccia la storia e le caratteristiche di questi khassidim (appartenenti al mondo khassidico) attraverso aneddoti, storielle e canzoni tratte dal patrimonio culturale dell’ebraismo orientale in chiave semi-seria come è solito fare.
L’assoluta novità è che per la prima volta Moni Ovadia si accompagna da solo con la chitarra, conferendo all’interpretazione una dimensione raccolta, interiore, suggestiva. In aggiunta, a far da contrappunto alla narrazione dell’artista ebreo, si inserisce un quartetto di musicisti di diversa provenienza che esegue musiche di contaminazione zingara, slava e kletzmer. |